a young boy running through a sprinkle of water

Guardare il mondo con gli occhi di un bambino

Nei libri in cui si parla di mindfulness o consapevolezza si citano spesso i bambini, come nei libri di J.Siegel ‘Diventare consapevoli‘ e ‘Qui e Ora‘. I parallelismi e le riflessioni a riguardo sono tante, arricchite con storie ed esempi di vita vissuta. Però oggi vediamo un aspetto chiave che ci riguarda tutti: guardare il mondo con gli occhi di un bambino.

Quel bambino che eravamo non è morto, non si è completamente ‘trasformato’ in persona adulta.

Tutto parte da lì, da quel lontano bambino che poi rivediamo ogni giorno allo specchio, anche a 90 anni.

Ecco perché Siegel prende sempre come esempi i bambini, raccontandoci storie e facendoci riflettere.

Da piccoli siamo cresciuti avevamo la nostra limitata visione del mondo, sapevamo che altri erano responsabili per noi e perciò ne eravamo dipendenti.

Ogni singola cosa era una scoperta, un modo per aggiungere tasselli alle nostre conoscenze.

Come se stessimo componendo quel grande puzzle che è la comprensione della vita, per quanto riusciamo mai a esserne esaustivi.

Così che un fiore, un cucciolo di animale, una farfalla, un uccello che si posa sul balcone, un pallone, una foglia, una conchiglia e perfino una biglia avevano un sapore speciale, ci emozionavano, ci facevano sentire parte di un mondo meraviglioso.

Ogni piccola scoperta era una gioia, le giornate volavano tra un gioco e un altro, senza finire mai di imparare.

La magia che svanisce

Poi crescendo ci abituiamo.

Quel fiore è sempre lo stesso e ci passiamo a lato senza guardarlo.

Di cuccioli ed uccellini ne è pieno il mondo e non catturano più la nostra attenzione.

Può succedere di cadere nell’ovvio, di dar per scontato tutto.

Con lo stesso modo di pensare cominciamo ad abituarci crescendo alle persone che ci stanno accanto, rischiando di non valorizzarle a sufficienza (per la serie, ti accorgi del valore di una persona solo quando l’hai persa).

Rischiamo di snobbare la famiglia, il nostro partner, il nostro lavoro e qualsiasi dono che la vita ‘vorrebbe’ offrirci.

Perciò pecchiamo di mancanza di gratitudine, di quello che già abbiamo, focalizzandoci sempre in quello ci manca.

Nulla in contrario a voler migliorare il proprio status, voler crescere e raggiungere i propri obiettivi.

Il punto non è questo, ma la mentalità che abbiamo durante il ‘viaggio’.

Se non impariamo a guardare il mondo con gli occhi di un bambino, daremo sempre tutto per banale, scontato, senza valore.

Per essere felici avremmo bisogno di più e di più.

Una volta raggiunto quel qualcosa in più ci renderà felici per un po’, ma poi ci abitueremo.

Il bambino che eravamo

Siamo in stretto contatto con il bambino che eravamo, più di quanto immaginiamo.

Possiamo affermare che vive dentro di noi, ci accompagna.

Ogni tanto gioisce, altre si arrabbia e piange.

Naturalmente ciò ha un effetto sulla persona che siamo oggi, sul nostro umore, sul nostro modo di vedere le cose.

Ecco perché Freud studiava spesso le fasi di sviluppo dei suoi pazienti per comprendere se vi era una fase rimasta ‘non completata’ (come meglio spiegato nell’articolo Il processo primario di Freud e l’inconscio).

Quindi a volte il nostro bambino interiore è metaforicamente ferito, per qualcosa che ci aveva segnato, che non è stato ancora superato.

Leggi anche: Come guarire il nostro bambino interiore, 3 semplici passi

Ligabue cantava ‘gli occhi del bambino quelli non li danno indietro proprio mai’.

Quegli occhi che catturavano ogni dettaglio, vedevano il mondo in modo diverso da come oggi lo vediamo.

Riproviamo ad emozionarci guardando un fiore, un tramonto, nello stare con le persone che amiamo.

Impariamo a guardare il mondo con gli occhi di un bambino.

Alla prossima

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