Ricevere o captare minacce di suicidio dal proprio figlio è un evento che nessun genitore vorrebbe vivere.
Il genitore empatico percepisce che qualcosa non va anche se non viene manifestato, notando piccoli o grandi cambiamenti nelle abitudini e nel modo di essere.
Il linguaggio del figlio potrebbe diventare negativo, cupo, arrendevole.
Vedere un membro della propria famiglia che d’improvviso sembra aver perso la gioia di vivere è un campanello di allarme molto serio.
Una persona che sta vivendo un periodo (più o meno lungo) di sofferenza si può riconoscere dallo sguardo, dalla vitalità in ciò che fa, ma anche di come sta ‘gestendo’ la propria vita.
Chi si è ‘arreso’ non progetta più, non sogna più, non lotta ciò per ciò che vuole; sembra che si perdano pure ambizioni e si ci trascina giorno per giorno, vivendo come capita.
Ma non sono rari i casi di chi esterna tutto e lo minaccia apertamente.
Un genitore che sente dire spesso dal figlio frasi di ripudio alla vita, e/o esprimere il desiderio di ‘arrendersi’, dovrebbe intervenire senza sottovalutare la cosa.
Fino a dove può arrivare un genitore?
È chiaro che la responsabilità che sente un genitore lo mette in prima linea per aiutare il figlio a ritornare a vivere con gioia.
Ma fin dove può arrivare un genitore?
Io credo che se la sofferenza è dovuta a situazioni superficiali, e quindi non è ‘cronica’, il genitore con il suo ruolo di ‘guida forte’ potrebbe dar risposte e ispirare una nuova linea di pensiero.
Il primo approccio è sicuramente l’ascolto attivo.
Ricordiamoci che qualsiasi sofferenza non è ‘volontaria’, e comporta delle conseguenze che a volte vanno contro i nostri stessi sentimenti.
Quindi il genitore deve conquistare (o mantenere) la fiducia, evitare di mettere il dito sulla piaga, non banalizzare e snobbare ciò che il figlio in quel momento prova (e perché).
Ricercare le cause può apparire veramente difficile, soprattutto fin da subito.
Tante motivazioni sono a livello profondo, molto complesse e abbracciano tanti elementi, che una persona anche volendo non riuscirebbe a schematizzarle ed esporle con semplicità.
E anche se proverebbe a farlo, il tutto arriverebbe al genitore come ‘meno pesante’ di quello che in realtà potrebbe essere.
Quindi il TATTO è fondamentale, ma sicuramente lo è anche la fiducia.
Valuta innanzitutto che rapporto hai con tuo figlio, se c’è dialogo, se condividete spesso (o mai) esperienze insieme.
Forse è il caso di ricominciare da zero e provare a ricucire il rapporto?
Altra domanda da porsi: il rapporto che si ha CON SE STESSI.
Qualunque persona, se non sta bene con se stessa, non sarà mai in grado di aiutarne un’altra.
Chi non sta bene con se stesso, nemmeno vuole nel proprio intimo stare bene con altri, e queste cose anche se non espresse in maniera conscia, vengono espresse dall’energia che senza saperlo trasmettiamo a chi ci sta attorno.
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Chiedere aiuto è saggio
Diciamoci la verità: per sofferenze più complesse un genitore difficilmente può risolvere completamente la situazione.
Anche se apparentemente lo stato emotivo del figlio sembra essere tornato ‘regolare’, probabilmente nel proprio intimo avrà ancora dei contrasti irrisolti che si ‘attiveranno’ più avanti.
Un percorso dallo psicoterapeuta diventa necessario, per comprendere meglio se stessi e mettere ordine dentro di se.
Un pò come mettere a posto un grande magazzino pieno di cianfrusaglie e scatoloni, per poi cominciare a lavorare per creare qualcosa di più bello.
Passami la metafora, ma personalmente credo che è proprio questo il punto.
Mettere ordine, ma dopo essersi rimboccati le maniche lavorandoci su.
Come e con quel tecniche lasciamolo decidere a chi di dovere, considerando che ogni caso è specifico e unico.
Chi c’è preferisce ‘scavare a fondo’ per guardare in faccia ‘i propri mostri’, prima di vincerli e andare avanti.
Altri invece preferiscono vincerli indirettamente, vedendo il paziente come un ‘marinaio da guidare nella sua rotta’ piuttosto che un ‘archeologo che scava nei meandri della propria mente’.
E se non vuole farsi aiutare?
Partendo dal presupposto che non si può obbligare qualcuno a far qualcosa, ma come detto nel paragrafo precedente possiamo invece guidare, influenzare..
Il consiglio è quello di farsi seguire comunque, ma senza il figlio.
Un buon terapeuta saprà dare dei buoni consigli su come procedere, in attesa chissà, del giorno in cui l’interessato deciderà di dare una svolta alla sua vita.
Ti lascio con il libro consigliato di oggi:
Anime adolescenti. Quando qualcosa non va nei nostri figli. Come accorgersene e cosa fare
Alla prossima!
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