Il tema wellness nelle aziende sta prendendo sempre più piede, grazie anche al nuovo ruolo di Chief Happiness Officer.
Il che è la normale evoluzione delle cose, la società oggi è diversa rispetto al passato, e il trend è preoccupante.
C’è chi dice che anche il periodo del Covid-19 è stato un acceleratore sulla tematica benessere.
Le aziende oggi sono più sensibili, più attente, alla qualità di vita dei propri dipendenti; il periodo di pandemia ci ha ricordato quanto importante essa è.
La felicità diventa una competenza da ‘allenare’, e l’azienda ha il suo ruolo a riguardo.
Ne avevo già parlato in un articolo..
Questa società, interconnessa e competitiva, è sempre più ‘malata’.
I giovani sempre più distratti e condizionati dai socials.
Rapporti personali sempre più futili, sfuggenti.
Cremonini cantava in una sua canzone ‘siamo sempre più soli’, e non si sbagliava mica.
Diciamoci la verità, è una società questa molto più competitiva rispetto qualche decade indietro.
Nel lavoro certamente si è sempre data priorità a quelli bravi, c’è sempre stata una selezione di base.
Ma quanto è difficile oggi per un neo laureato inserirsi BENE nel mondo del lavoro?
Ho ascoltato tanti conoscenti, avvicinarsi ai 30 anni, senza essersi concretamente inseriti nel mondo del lavoro NONOSTANTE la laurea.
Ragazzi con una vita davanti, ma che non confidano più nel futuro.
I cosiddetti NET, ovvero che non lavorano e non studiano, superano i 2 milioni in Italia.
E se questa alta offerta, portasse le aziende a diventare a volte un pò superficiali sul lato umano, forte del fatto di poter trovare velocemente un sostituto?
Chief Happiness Officer
La complessità della vita di oggi si ripercuote su ogni persona, si sa.
Non a caso, da poco tempo si comincia a parlare di Chief Happiness Officer (CHO), che in soldoni è il ‘responsabile della felicità‘ all’interno dell’azienda.
Le aziende hanno capito che la demotivazione dei dipendenti è da inserire in bilancio; ogni anno milioni bruciano per mancanza di motivazione.
Ruolo che nacque negli USA, e si dice che la prima azienda in Europa a prestare attenzione sul tema è stata la Valcon.
Leggevo un articolo di Repubblica del 2019 dove si parlava della ‘Cho’ di Biogen Italia, Cecilia Masserini.
E’ stata una delle prime 50 manager Cho in Italia.
A volte quando si parla di felicità si pensa a concetti astratti, invece ha precisamente a che vedere con il benessere della persona e della compagnia per cui lavora. Guardiamo i dati: aumenta la capacità di innovare del 300 per cento, le vendite del 37 per cento, la produttività del 31 per cento. Per curare il nostro business ci dobbiamo occupare di tutto ciò che gravita in questo ecosistema. Il tema dei feedback, per esempio, focalizzati sull’aspetto emotivo di chi li riceve e di chi li invia, sulla qualità della relazione: se c’è cura nei rapporti tra le persone c’è fiducia e la fiducia porta all’empowerment. Come manager dobbiamo essere costantemente attenti a ciò che facciamo, non siamo esseri perfetti, abbiamo margini di miglioramento, ma c’è la voglia di essere all’interno di questo percorso.
Cecilia Masserini
Un’azienda capace di comprendere, aiutare, rendere più felici i propri dipendenti, non sta facendo SOLO gesti di solidarietà.
Un dipendente felice, centrato, è un dipendente più produttivo e motivato!
La storia è piena di casi in cui un professionista non rende più bene, perchè non è più felice in quello che fa.
Poi magari, lo stesso professionista, messo in un contesto diverso dove si trova bene, esplode con risultati sopra la media!
E se invece il ‘freno’ è all’interno del dipendente, nel momento di vita che sta vivendo, in ciò che sta provando?
Per fare una similitudine, quante volte le aziende fanno con alcuni dipendenti come si faceva un tempo con i cavalli, che quando non correvano più bene, li abbattevano?
Lo so, a volte il turnover è necessario, e personalmente penso che in alcuni casi non c’è altra soluzione.
E se invece, la stessa figura, si potesse aiutare e sostenere?
Magari l’azienda si ritroverà un lavoratore ‘rinato’, con risultati eccellenti che nessun sostituto poteva portare.
Abbiamo bisogno di creare una cultura nei nostri ambienti di lavoro dove i dipendenti si sentono a loro agio dicendo ‘ho bisogno di aiuto’, e dove i managers hanno gli strumenti, le conoscenze e le competenze per affrontare adeguatamente le loro preoccupazioni.
Jay Ruderman
Presidente della Ruderman Family Foundation
Ma il compito di un CHO non sembra essere solo quello di ‘curatore’ quando già le cose non vanno.
Parliamo piuttosto di un continuo lavoro di cura del team per essere più felici e sereni.
Uno Chief Happiness Officer in sintesi fa si che i dipendenti abbiano più strumenti per essere (e restare) sereni.
Gestire le proprie emozioni, ritrovare la propria creatività.
Sembrava strano anni fa quando si sentiva che Google metteva tavoli da ping pong negli uffici, e creava ambienti di gioco nelle sue strutture.
Invece oggi le big sembrano aver preso esempio.
In Italia ci sono circa 50 CHO all’attivo, e le aziende sembrano affidare il compito anche a interni con particolari attitudini.
In un articolo de Il Sole 24 Ore si racconta di una testimonianza di un’azienda di Varese
«Non è il successo che porta la felicità, ma la felicità che va ad alimentare il successo», sentenzia Andrea Munari (Termoplastic F.B.M, n.d.r.), che guida l’azienda di famiglia nel ruolo di Lean manufacturing manager. «Mettere in campo un PF (Piano per la felicità) implica la trasformazione verso un’organizzazione positiva, in cui tutti sono chiamati a partecipare e sono allineati sugli stessi valori. Noi abbiamo cercato di invertire il trend, mettendo al centro i bisogni di ciascuno e focalizzandoci sulle competenze soft dei collaboratori».
Da cosa è influenzata la qualità del nostro lavoro
Passiamo tutti circa 8 ore al giorno al lavoro, chi di più.
E’ un aspetto molto importante della nostra vita.
C’è chi fa il lavoro che gli piace, ma c’è anche chi si accontenta per tirare a campare.
Oggi più che mai si sente parlare di burnout, ‘bruciare’ per il troppo stress lavorativo.
Personalmente penso che la qualità del nostro lavoro, dipende anche dalla qualità della nostra vita privata.
La miglior competenza che un lavoratore può avere è una bellissima vita personale!
Che piaccia o no ai gran capi, la nostra mente ci accompagna per tutte le ore di lavoro.
E ciò che sentiamo e proviamo a riguardo, condiziona il nostro lavoro.
Un manager potrebbe aiutare in tal senso, secondo questa nuova cultura, nell’ INFLUENZARE (mai imporre) la gestione corretta del binomio vita-privata/lavoro.
Lo scopo di questo blog in realtà è proprio questo, dar degli spunti di riflessione, che POSSONO (se si è pronti in tal senso) innescare dei click interiori.
Semplicemente li abbiamo quando sentiamo (o leggiamo) qualcosa e d’istinto diciamo ‘è proprio così!’.
Una parola, un modo di vedere le cose, una strategia presa come esempio, possono veramente farci cambiare la nostra visione del mondo.
Leggevo il libro Lettera a mio figlio sulla felicità dove l’autore, rivolgendosi al figlio, dice:
Stà molto attento a come guardi il mondo, perché è esattamente così che sarà.
Continua a seguirmi se ti va, approfondiremo insieme questi temi.
Ti lascio con un TEDx sull’argomento molto interessante.
A presto
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