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Hikikomori: come aiutarlo

Il termine hikikomori significa in giapponese ‘stare in disparte’ o detta più sporca ‘ragazzi accartocciati’ e indica una persona che non ha più alcuna intenzione di partecipare ad una vita sociale. Se un figlio o un conoscente non intende più uscire da casa, preferendo attività all’interno della propria cameretta, probabilmente ha un problema. Come aiutarlo?

Si tratta quasi sempre di un segnale di forte malessere emotivo e sociale, probabilmente legato a qualche sofferenza intima e celata.

La preoccupazione per un genitore che vede il figlio in questo malessere è più che giustificata. Temere un folle gesto è il rischio più estremo, ma le ‘soft’ conseguenze restano comunque gravi.

Conseguenze per l’hikikomori

Cosa rischia una persona che ha scelto di isolarsi? Perché quindi non dobbiamo mai girarci dall’altra e fare invece di tutto per aiutarlo?

Supponiamo che per qualche anno questa persona compie appena i suoi doveri e poi si chiude nel suo guscio.

E magari dopo qualche anno si ‘sveglia’ di colpo e ritorna a vivere.

Ha avuto un danno?

Certo, non ha fatto gesti estremi né fatto del male a nessuno, ma:

  • si trova senza una cerchia di amicizie
  • non ha curato le sue passioni e hobby
  • si trova praticamente indietro rispetto agli altri nella conoscenza del mondo e della società
  • non ha goduto di molte utili esperienze
  • quanti tramonti che non ha visto..

Soffrire di un malessere tale da indurne una persona a comportamenti tipici di hikikomori è pericoloso nel breve e nel lungo tempo.

Ha messo un freno alla sua vita danneggiandola, opprimendola.

Come una fiamma che non si fa più respirare.

Il giusto equilibrio

Così come non si può vivere solo di svaghi, allo stesso modo non si può vivere solo di doveri.

Il giusto equilibrio tra lavoro e tempo libero è fondamentale per il nostro benessere psicologico.

Non credo che tutte le persone che possono definirsi hikikomori facciamo le stesse cose nel buio della loro cameretta.

Ciò che è certo è che si stanno perdendo la vita là fuori, tempo prezioso che non tornerà più indietro.

Una perdita più grave di quella del denaro, che una volta perso può sempre tornare.

Sprecare il nostro tempo è imperdonabile, non dovremmo mai permettere che succeda.

Ma purtroppo dietro un atteggiamento del genere c’è una profonda sofferenza..

Possibili cause

Avevo più volte parlato di varie cause e riflessioni a riguardo in altri post in questo Blog, che ti lascerò poi in collegamento sotto.

Le cause sono soggettive e di solito intime, a volte inconfessabili.

Non che siano necessariamente imbarazzanti, a volte sono semplicemente confuse e difficilmente argomentabili pure per la stessa persona che le vive.

Spesso il malessere è un risultato di una serie di cause e concause che hanno creato proprio una bella matassa.

Di solito riguarda situazioni nella sfera emotiva, comportamentale, sociale..

Siamo esseri con dei bisogni fondamentali, specialmente sociali.

Abbiamo bisogno di stare in mezzo agli altri e sentirci accettati, compresi, amati.

Quando ciò non succede o pensiamo che non possa succedere, ci si sente esclusi, inesistenti.

Quindi un rifiuto, l’autogiudizio che porta all’autocondanna, aspettative non realizzate, una società che sembra troppo esigente per le nostre forze e capacità..

Tutte ipotesi che possono e non possono essere corrette.

L’unicità e la storia di ogni uno di noi crea una serie infinita di combinazioni.

Primi passi per aiutarlo

Capire questa persona può essere veramente difficile.

Alle domande quasi non risponde, anzi si chiude e le evita.

Per non peggiorare il suo stato d’animo smettiamo pure di farle.

Quindi proviamo a capirlo da soli, ma è un rebus impossibile da risolvere.

Cosa sarà mai successo?

Sperando niente di grave, proviamo a vedere se si risolve da solo..

La sofferenza in quel caso può aumentare e diventa rischiosa.

Alcuni giovani, ma anche adulti, purtroppo possono arrivare a commettere gesti folli; un atteggiamento simile era la spia di allarme che qualcosa non andava, che necessitava di aiuto.

Quindi dobbiamo fare qualcosa, giocarci tutte le carte.

Nel rapporto genitore-figlio ad esempio non sempre c’è un buon dialogo. Il figlio che ha l’abitudine di confidarsi con il genitore ha buone possibilità che tira fuori prima o poi la causa del suo malessere.

Lo stesso dialogo è più frequente tra amici, ma a patto che ci sia la giusta apertura.

Il primo passo per aiutare una persona che sembra essersi isolata è l’ascolto.

Senza giudizio, senza pretese, senza conclusioni affrettate.

Essere lenti a elargire soluzioni e sentenze.

Ma propensi a coinvolgere, amare, includere e stimolare.

Ci sono maestri nella vita che non ti danno la lezione, ma lo stimolo affinché la comprendi e impari da solo..

Proviamo a relazionarci con i guanti bianchi con una persona sofferente.

Magari potremmo riuscire a farla aprire e a quel punto quante cose ci dirà.

A quel punto potremmo provare a tendere la mano nel modo più opportuno.

Lavoro su di sé

Un hikikomori necessita di indagare dentro di sé per avere la consapevolezza di ciò che sta succedendo, per poi lavorarci.

Può richiedere tempo e sforzo, ma niente è impossibile.

Nei casi più seri ci sono in giro dei bravissimi professionisti che possono guidarlo nel percorso più adatto a lui.

Ma il primo passo è volerlo!

Lo psicologo Jordan Peterson nel suo libro ‘12 regole per la vita‘ racconta la sua esperienza in terapie obbligate dalle magistrature. Il detenuto costretto a sottoporsi questi percorsi non ne traeva mai vantaggi. Racconta Peterson che SOLO chi andava perché VOLEVA che le cose cambiassero, facevano poi in modo di farsi guidare verso il cambiamento.

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